William A. Allard: LA MIA PROSPETTIVA

FU L’INCARICO DI FOTOGRAFARE I BISONTI PER NATIONAL GEOGRAPHIC a introdurmi al West americano e in particolare al Montana. Era il 1966, l’inizio di una storia d’amore con la regione, che proseguì con incarichi successivi per oltre un decennio.
I cowboy, quintessenza della frontiera americana, affascinavano. Mi attraeva sia il paesaggio in cui vivevano, la vista impareggiabile di una terra sconfinata ai piedi di grandiose montagne, sia la loro indipendenza o almeno ciò che tale appariva. Se un mandriano decideva che le cose potevano andare meglio spostandosi con un’altra squadra più oltre lungo la strada, prendeva sella e rotolo di coperte e partiva per andare a vedere. Quel genere di autosufficienza affascina molti me è riservata a pochi nell’America d’oggi. Non soltanto vidi e documentai la loro ruvida indipendenza, ma potrei anche immedesimarmi con essa: come fotografo e autore mi ha anche dato l’opportunità di seguire molte strade solo per vedere cosa ci fosse più in là.

Ho trovato la libertà limitandomi a vagabondare e a consentire a me stesso di essere aperto alla serendipità mentre esploravo una strada, un bar o una tavola calda in una città sconosciuta, cercando sempre ai margini di un evento, dove le foto possono essere migliori dell’evento stesso. – W.A.A.

UNO DEI POCHI fotografi della sua generazione la cui intera opera sia a colori, William Albert Allard contribuisce alle pubblicazioni del National Geographic dal 1964. Ha all’attivo oltre 30 articoli per la rivista, tra cui: “Rodeos: Behind the Chutes”, “Welcome to Bollywood” e “Hutterite Sojourn”. Il suo libro più recente, una retrospettiva pubblicata nel 2010, si intitola William Albert Allard: Five Decades.

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